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Corno d’Africa – Noi ci siamo

Paese: Kenya
Localizzazione: Wajir, al confine tra Kenya e Somali
Beneficiari: una popolazione di più di 20 mila persone

Natura del progetto

Lotta alla malnutrizione, accesso all’acqua potabile, assistenza sanitaria, riabilitazione e sviluppo.

Il progetto

La base operativa dell’azione umanitaria è il centro creato da Annalena Tonelli nel 1976 a Waijr. Dopo che fu assassinata, il centro è stato, ed è, gestito dalle Missionarie Camilliane.
L’intervento si è sviluppato in due fasi: la prima di emergenza con programmi nutrizionali e sanitari e la seconda di riabilitazione e sviluppo con attività che vedono l’implementazione del sistema sanitario di comunità e di progetti di sicurezza alimentare.
Azioni orientate  a sollecitare il coinvolgimento attivo della popolazione colpita dall’emergenza, nonché il rafforzamento delle capacità delle comunità locali, per favorire, nel tempo, processi inclusivi e non assistenzialistici, con una considerazione specifica per i gruppi più vulnerabili: bambini, donne, anziani, malati e persone con disabilità.È di fondamentale importanza la realizzazione di programmi integrati che mirino al collegamento tra emergenza, ricostruzione e sviluppo, e che aiutino le comunità locali ad essere i principali artefici della ricostruzione e del proprio auto-sviluppo.

Lotta alla malnutrizione

Nella fase dell’emergenza, ad ogni famiglia (circa 3 mila) che si registrava nel campo profughi, veniva consegnato un primo pacco contenete maizena, riso e fagioli. Questo ha permesso di facilitare l’operazione di screening dei bambini e classificare il loro livello di malnutrizione. I bambini che soffrono della forma più acuta, vengono seguiti con maggiore attenzione tra il 2° e il 6° ciclo di distribuzione del cibo. Dall’inizio del programma sono 2.200 i bambini e 500 gli anziani che ne hanno beneficiato. I programmi nutrizionali e di sanità di base continuano e si focalizzano, in particolar modo sui bambini di 4 - 5 anni, e sugli adulti con più di 60 anni.

Accesso all’acqua potabile

La scarsità di acqua per irrigazione e il mancato accesso all’acqua potabile, sono il principale problema nella regione di Wajir. Agli inizi del 2012 è stata ultimata la costruzione di un pozzo con pompa funzionante ad energia solare, nella località di Lakoley. L’uso di energia rinnovabile taglia del 75% i costi di mantenimento della pompa. Sono 10 mila le persone, e 20 mila gli animali da allevamento, che stanno beneficiando dell’acqua del pozzo.

Programmi comunitari di salute pubblica

Parallelamente al programma alimentare si dà continuità all’attività di sanità di base. In genere, ogni tre mesi, nei diversi villaggi, vengono visitati dalla clinica mobile circa 1.700 pazienti. L’equipe è composta da un medico e tre infermieri. I pazienti che necessitano di esami più approfonditi vengono portati al dispensario del centro delle missionarie camilliane, per ulteriori trattamenti e test diagnostici. Spesso gli anziani vengono abbandonati ed hanno bisogno di cure costanti.  E’ necessario consolidare il programma di cura domiciliare promuovendo azioni specifiche supportate dalla comunità. A tale proposito si stanno organizzando corsi di formazione per 50 operatori sanitari di comunità.

Riabilitazione e sviluppo

La popolazione comincia a prendere coscienza che il problema dell’insicurezza alimentare non sia solo la malnutrizione e che le soluzioni non siano la distribuzione di generi alimentari. Queste soluzioni classiche possono aiutare in una fase di emergenza che, però,  non deve durare per tutta la vita. Il futuro della vita delle popolazioni sta nella capacità di lavorare la terra creando condizioni di sussistenza alimentare adeguata e la continuità di piccoli allevamenti domestici. L’intervento della Fondazione PRO.SA e dei suoi partners è stato avviato nel giugno 2012, nel villaggio Maumau a Waijr est. Maumau è stata selezionata come zona prioritaria per l’urgenza della situazione e per la risposta positiva della comunità alla costituzione di associazioni di agricoltori e cooperative. Sono nate due comunità agricole costituite da 15 membri ciascuna.
Ogni comunità ha aperto un conto corrente bancario in cui sono depositati tutti i proventi netti delle vendite dei prodotti agricoli, in vista di un maggiore investimento per il futuro per l’espansione delle loro aziende agricole. Il progetto “coltivazioni in serra” di Maumau è il primo nel distretto di Wajir West ed i risultati sono decisamente positivi. Nel giro di tre mesi, gli agricoltori sono stati in grado di avere un primo raccolto di fagiolini, pomodori e peperoni. I successivi tre mesi sono stati dedicati alla coltivazione sperimentale di altre piante e allo studio della produzione in proprio dei semi da utilizzare per le future semine. Dal dicembre 2012, è iniziata la preparazione delle comunità agricole in sette villaggi del distretto di Wajir- Est.  Oltre ad insegnare come produrre in agricoltura, il progetto insegna loro anche come gestire i guadagni del loro lavoro. Si rafforza la visione comunitaria di vivere impegnandosi in un progetto sistematico e migliorando la cultura del dialogo. Il progetto mira, inoltre, a coinvolgere le donne musulmane per migliorare la loro condizione, rendendole membri produttivi della loro comunità, alla pari con i musulmani uomini.

Il contesto


La carestia, ciclicamente, si muove inarrestabile ormai da dieci anni. La migrazione “biblica” delle persone dalla Somalia al Kenya, in cerca di acqua e cibo, è testimoniata da un continuo flusso di persone e animali che ha raggiunto cifre tragiche. La zona più esposta dalla parte del Kenya è quella che si muove nel triangolo fra Garissa, Wajir e Dadaab. Per comprendere i dati del problema basta pensare che nel solo campo di Dadaab sono accolti ormai quasi 500 mila rifugiati registrati ufficialmente e si stima almeno il doppio sia ospitato da parenti, nella zona, in condizioni di precarietà estrema. Animali e uomini sono coinvolti in un triste destino che spesso provoca tragiche morti durante il cammino verso la salvezza. Le condizioni logistiche sono estremamente impervie. Per arrivare da Garissa (l’ultima città con una strada) a Wajir ci vogliono almeno 6 ore di Jeep, fra savana e deserto. Lo stesso vale per i collegamenti con Dadaab che hanno problemi anche di sicurezza in parte ovviate da scorte delle Nazioni Unite.  La popolazione colpita dalla siccità è quella somala, da sempre nomade e dedita alla pastorizia. Ma ormai la carestia ha colpito larghe fasce della popolazione kenyana discriminata spesso dagli aiuti umanitari perché non “rifugiata”.
Donne e bambini, come sempre, pagano le conseguenze più gravi dell’emergenza in atto nei Paesi coinvolti. Un bambino malnutrito corre un rischio di morte 9 volte maggiore rispetto ad un coetaneo che si alimenta correttamente. Eppure, un bambino in stato di malnutrizione acuta grave può essere salvato e riprendersi pienamente con 4-6 settimane di terapia nutrizionale, se gli vengono somministrati speciali alimenti terapeutici pronti all’uso. La malnutrizione, oltre ad uccidere direttamente, crea nei bambini una elevata vulnerabilità e malattie potenzialmente letali come morbillo, diarrea acuta, colera e polmonite, contro le quali sono indispensabili interventi sanitari di base, come le vaccinazioni e la disponibilità di acqua potabile e di servizi igienici. La malaria, endemica nella regione, si aggiunge alla già lunga lista delle malattie killer dell’infanzia.

La chiave per uscire da uno stato di malattia e povertà sta nel mettere le persone in grado di diventare artefici del proprio destino. Una missione non funziona con l’elemosina ma con la coscientizzazione e formazione delle popolazioni.

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