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Generazione di Speranza

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La crisi siriana ha avuto inizio il 15 marzo 2011. A quella data sono seguiti 10 anni di guerra che hanno martoriato il Paese con gravi ripercussioni psicologiche, economiche e sociali sull’intera popolazione. Tante famiglie sfollate o al di sotto della soglia di povertà sono state costrette a spostarsi lontano dal centro-città, ritrovandosi isolate e quasi mai raggiunte da aiuti umanitari.

La massiccia migrazione verso quartieri più sicuri ha provocato il sovraffollamento delle scuole e delle classi e dunque, una drastica riduzione della qualità dell’istruzione e dell’apprendimento. La fornitura di servizi educativi in Siria, infatti, è fortemente limitata. Secondo l’AICS, più di un terzo dei minori siriani ha lasciato la scuola e 1,3 milioni sono a rischio abbandono, mentre 5,8 milioni di bambini in età scolare hanno bisogno di assistenza e oltre un milione frequentano le scuole a doppio turno. Sono invece 140.000 i membri del personale scolastico che hanno abbandonato il sistema scolastico.

Al Centro doposcuola “Generation of Hope” di Homs, dove Fondazione PRO.SA si sta impegnando per garantire il diritto allo studio ai bambini più colpiti dalla guerra, coprendo i salari degli insegnanti per due anni scolastici, il numero di iscrizioni per l’a.a. 2020/2021 è stato inaspettatamente alto. I genitori sono stati trovati in fila, davanti alla porta del Centro, molte ore prima dell’orario stabilito per l’inizio della registrazione dei propri figli, che è avvenuta all’aperto nel rispetto delle normative anti-covid.

Dopo la registrazione sono state composte classi da 15 bambini e per tutta la squadra di educatori sono stati organizzati una serie di corsi di formazione forniti dagli specialisti del doposcuola. In questi due mesi dall’inizio del progetto, tutti gli insegnanti del centro di Homs hanno partecipato ad una formazione di due giorni sull’apprendimento attivo e una di loro è stata formata e assistita da un logopedista nella gestione degli studenti con difficoltà di apprendimento.

Nei primi giorni di lezione in tutte le classi è stato notato il grande divario tra i bambini, in termini di istruzione e di disciplina, problematica emersa a causa dell’interruzione della scuola per quasi un semestre nell’ultimo anno. Per compensare le lacune dell’anno precedente le insegnanti inizialmente si sono organizzate in modo da riuscire a lavorare singolarmente con i ragazzi, determinando il livello di ogni studente e fornendo l’assistenza necessaria. Questa valutazione iniziale, se pur impegnativa per gli insegnanti, ha permesso di individuare i bambini che necessitano di supporto psicologico e quelli con difficoltà di apprendimento o di linguaggio. Ad esempio è emerso che 23 bambini all’interno del Centro e 11 esterni al Centro sono affetti da difficoltà di linguaggio.

Dopo due mesi di lavoro, gli insegnanti, il direttore del centro e il team di supporto psicologico hanno constatato un notevole miglioramento a livello scolastico, psicologico e comportamentale dei bambini in generale.

In occasione della Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia, con la partecipazione degli insegnanti, è stata organizzata una giornata di dialogato con i bambini e i ragazzi per conoscere ed approfondire i diritti del bambino. Nello specifico, in risposta a un bisogno sociale e ai desideri dei genitori, il Team di supporto psicologico del Generation Hope Center, ha condotto una attività di sensibilizzazione per i bambini e i ragazzi sul tema delle molestie e abusi, su come proteggersi in caso di molestie sessuali, assicurando ai bambini qualsiasi tipo di aiuto di cui possono aver bisogno.

Le attività, organizzate in base alle caratteristiche della fascia d’età, hanno suscitato grande interazione da parte dei bambini.

Il Centro Generation of Hope nella “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” (25 novembre) ha organizzato un convegno di sensibilizzazione per le donne sulla violenza di genere a cui hanno partecipato circa 36 donne e durante il quale è stato ribadito il supporto del Centro per tutte le donne.

Il Covid-19 è solo l’ennesima sfida che questo paese si trova a dover affrontare. Purtroppo mancano le condizioni minime per poter affrontare l’emergenza sanitaria e, nel caso i contagi si diffondessero ulteriormente, il disastro sarebbe inevitabile. Attualmente sono state riprese le normali attività ma si è sempre allerta.

Abobo Health Centre

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Ad Abobo, città rurale della regione di Gambella, al confine con il Sud Sudan, oltre alle epidemie di malaria, colera e morbillo, si è aggiunta la minaccia del coronavirus. A dispetto di quanto ci si aspettasse, l’Africa è stata meno colpita di altri continenti ma ciò che preoccupa maggiormente sono le conseguenze che la pandemia avrà sulle popolazioni più vulnerabili. In tutto il paese si contano circa 159.000 casi e 2.365 decessi, dati tuttavia inaffidabili a causa della scarsità di tamponi, eseguiti quasi esclusivamente nella capitale e nelle città più grandi. Inoltre, la mancanza di medicinali di base e la poca conoscenza del virus non aiutano a prevenirne la diffusione.

Al centro medico di Abobo, che dal 2002 porta avanti programmi di prevenzione contro l’HIV, di cura prenatale e di immunizzazione di mamme e bambini, Fondazione PRO.SA sta sostenendo l’acquisto di dispositivi di protezione individuale per i 48 membri del personale sanitario e l’acquisto di prodotti per la sanificazione e l’igiene personale. PRO.SA ha anche provveduto all’installazione di un lavandino a pedale per igienizzarsi le mani prima di accedere al centro. 1.000 mascherine sono state poi distribuite ai pazienti ricoverati e più vulnerabili, mentre è stato potenziato il triage per i pazienti del pronto soccorso, dove vengono svolti dei tamponi a campione. L’obiettivo è quello di far fronte all’inefficienza del governo, riuscendo a tracciare i contagi in maniera più o meno affidabile.

Il centro propone anche diversi incontri di sensibilizzazione per lo staff medico e i pazienti ricoverati, affinché sempre più persone comprendano l’importanza di rispettare le misure di sicurezza di base: il distanziamento sociale e la frequente igienizzazione delle mani.

 

St. Camillus Health Centre

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Il St. Camillus Health Center del villaggio di Musoli è un centro sanitario camilliano che, da 11 anni, è al servizio di tutti coloro che non possono permettersi cure sanitarie di base. In modo particolare, implementa programmi di salute materno infantile per rispondere ad una grande esigenza del territorio. Il villaggio conta circa 5.000 abitanti  con un reddito medio mensile di 100 dollari, proveniente per lo più da attività molto semplici come la pesca e la vendita lungo la strada di frutta, verdura e altro cibo.

La pandemia ha reso complicatissimo il lavoro di assistenza del centro ma anche di altri ospedali e centri sanitari della città di Jinja, nel distretto di Mayuge, che negli ultimi anni si sono occupati di primo soccorso, trattamento sintomatico della malaria, della tubercolosi, cure pediatriche di emergenza e di altre patologie. Tutte le strutture sanitarie del distretto erano impreparate per gestire un’emergenza sanitaria di tali dimensioni. Il St. Camillus Health Centre ha fatto del suo meglio per accogliere ed assistere il maggior numero di malati, mettendo a disposizione tutti i 600 posti letto disponibili e facendo sdraiare per terra i pazienti quando i posti erano finiti.

Da sempre al fianco dei più vulnerabili, Fondazione PRO.SA ha sostenuto l’acquisto di un microscopio, un monitor con respiratore, un analizzatore ematologico e un eco color doppler, così da rafforzare la  capacità di intervento della struttura sanitaria. Inoltre, si sta impegnando per sfamare decine di famiglie che la pandemia ha seriamente messo in difficoltà. Persone che vivevano di piccoli guadagni del mercato informale e che, in Uganda come in molti altri Paesi, il blocco imposto ha messo a dura prova, interrompendo le catene di approvvigionamento.

La 100 famiglie che il centro sta aiutando, vivono nell’area periferica della città Jinja, sulle rive del Lago Vittoria. Ogni mese, a ciascuna famiglia, viene distribuito un pacco alimentare contenente 30 kg di mais, 12 kg di fagioli, 5 kg di zucchero, 1 kg di sale, 3 litri di olio, 3 barre di sapone per il lavaggio delle mani. La distribuzione è sempre accompagnata da un controllo dello stato di salute dei bambini e dei vari componenti della famiglia, dalla formazione sui comportamenti da tenere per evitare il contagio e dall’insegnamento del lavaggio delle mani e dei valori nutrizionali dei cibi.

 

 

Covid a Quito

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L’Ecuador è uno dei paesi con il più alto numero di casi di Coronavirus in America Latina dopo il Brasile e il Perù, e ha uno dei più alti tassi di mortalità pro capite a causa della pandemia. Secondo i dati registrati dal Ministero della Salute del Paese, al 25 ottobre, sono quasi 162.000 i casi positivi e circa 9.000 i morti. Le autorità, però, presumono che i decessi causati dal virus siano molti di più; questo aumento è dovuto all’alto livello di immigrazione nel paese e ai contatti con paesi come la Spagna.

In questo contesto, la popolazione più vulnerabile, come le migliaia di senzatetto e i circa 350 mila rifugiati venezuelani, risulta più esposta all’insorgenza della sindrome causata dal Covid-19. Anche le più semplici misure igieniche preventive come lavarsi le mani possono essere una sfida in queste condizioni, per non parlare delle difficoltà che hanno colpito la dignità e l’accesso ai servizi sanitari.

Nonostante l’impegno delle istituzioni nell’assistere le persone più svantaggiate, grazie all’intervento delle “brigate della solidarietà” che si recano nei quartieri più poveri  per testare gli abitanti, Quito resta la città che registra il maggior impatto di COVID 19 e dove le infezioni sono in aumento.

L’Hospice San Camilo , che da qualche anno a Quito assiste i malati in fase terminale, dispone di 25 posti letto e garantisce visite a domicilio a circa 100 persone e alle loro famiglie.

La struttura, nel contesto dell’emergenza sanitaria, si trova a dover fronteggiare un’alta concentrazione di pazienti per cure palliative globali, considerando che gli ospedali pubblici sono saturi dal gran numero di pazienti infetti. Oltre ad offrire appoggio al sistema sanitario nazionale continua ad occuparsi delle persone seguite a domicilio, portando loro i medicinali necessari, viveri e dispositivi di protezione individuale per contrastare il virus.

Per sostenere il prezioso lavoro che svolge l’Hospice a Quito, Fondazione PRO.SA garantisce la fornitura di dispositivi di protezione individuale per i pazienti e gli operatori sanitari, l’approvvigionamento di medicinali e del cibo necessario per la preparazione delle diete specifiche.

VEGIWADA

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Da oltre 6 mesi, anche la parrocchia di Vegiwada, a Sud-Ovest dell’India, è considerata zona rossa.

Qui, a causa del lockdown e delle forti piogge, le famiglie più povere ed emarginate, tutte appartenenti alla casta dei Dalit, faticano ad arrivare a fine giornata. Abituate a lavorare la terra o al servizio di famiglie più ricche della zona, ora intimorite dal rischio di contagio, non percepiscono il loro compenso giornaliero e combattono strenuamente per procurarsi cibo e altri beni di prima necessità, nel tentativo di mantenersi in salute riducendo al minimo le possibilità di contrarre il virus.

Per far fronte a questa grave situazione di emergenza, preservando il benessere psicofisico della popolazione, Fondazione PRO.SA sta intervenendo supportando la distribuzione di pacchi alimentari per le 500 famiglie Dalit della parrocchia di Vegiwada.

Ogni pacco alimentare contiene: un sacco di riso da 5 kg, 1 litro di olio, 1 kg di legumi, varie tipologie di verdure, una confezione di farina di frumento e una di semolino, queste ultime necessarie per la preparazione di piatti poveri originari dell’India meridionale come l’upma, una pietanza molto semplice che contiene però i carboidrati e le proteine di cui l’organismo ha bisogno.

KATHMANDU

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Il Covid non ha risparmiato nemmeno il Nepal, dove il governo ha imposto un secondo lockdown a fine agosto, in seguito al continuo aumento dei contagi che superano ormai i 35mila.

La quarantena e le misure di sicurezza suggerite dall’OMS stanno avendo conseguenze terribili dal punto di vista economico sulle famiglie più povere della società, in particolare sui soggetti più vulnerabili quali donne e anziani.

Le donne incinte, le madri nella fase dell’allattamento e le donne mestruate, oltre a non poter godere della propria privacy, non hanno accesso ai servizi di assistenza alla maternità e nemmeno all’igiene e alla cura personale, fondamentale soprattutto nel periodo mestruale, perché non hanno sufficienti scorte di assorbenti che, nel bel mezzo della pandemia, non sono considerati beni di prima necessità. Questa condizione è ancora più vera per le donne che lavorano nel settore sanitario che, ostacolate dai dispositivi di protezione individuale, non hanno la possibilità di cambiare frequentemente e rapidamente l’assorbente, trovandosi a doverlo indossare per più ore di quelle consigliate o a dover ingerire pillole per bloccare il mestruo.

La pandemia ha ridotto al minimo anche l’accesso ai mercati e ha bloccato tutti i servizi domiciliari attivati dal governo per le donne incinte, le neomamme e i neonati che hanno bisogno di vitamine e micronutrienti specifici, minacciando la loro salute ed esponendoli al rischio di malnutrizione.

Al fine di promuovere e tutelare la dignità e la salute della donna, attraverso la Fondazione Radha Paudel, Fondazione PRO.SA sta agendo su due fronti: uno di aiuto concreto – sostenendo la distribuzione di kit sanitari, contenenti assorbenti e coppette mestruali, per le donne in isolamento o che lavorano in prima linea e la distribuzione di alimenti terapeutici per le mamme e i loro bambini – e uno di sensibilizzazione. Fondazione PRO.SA si sta infatti impegnando nella diffusione di spot radiofonici e brochure informative relative al ciclo mestruale e all’igiene riproduttiva, ma anche al covid e ai comportamenti da adottare per prevenirne la diffusione.

Un’altra fascia a rischio è quella degli anziani che, a causa del distanziamento sociale, stanno subendo un forte decadimento psicofisico. L’impresa sociale Bihani, nata allo scopo di aiutare gli adulti e gli anziani a reinventarsi e a reintegrarsi nella società partendo dalla loro preziosa esperienza, ha dato perciò vita al progetto “Rughe e sorrisi”.

Un progetto unico, rivolto a ben 367 anziani ospiti nelle case di cura, soli o detenuti, il cui obiettivo è quello di assicurarsi che nessuno di loro venga mai messo da parte, abusato o soffra la solitudine e la fame a causa del distanziamento e dell’isolamento, benché necessari per combattere il virus.

Le attività principali su cui si basa il progetto sono l’inclusione digitale, che consiste nel fornire agli anziani le competenze e gli strumenti necessari per poter interagire con i parenti, i coetanei e la società, condividendo le proprie esperienze attraverso i social network e le piattaforme online; il contatto e la comunicazione regolare con gli anziani affinché non si sentano abbandonati, che prevede anche un supporto psicosociale, offerto da un team di esperti, per gli anziani e per coloro che se ne prendono cura e, infine, l’aiuto reciproco tra le organizzazioni che collaborano con Bihani per poter raggiungere tutti gli anziani fornendo loro cibo, medicinali, cure e tutto ciò di cui hanno bisogno per vivere dignitosamente.

Fondazione PRO.SA, da sempre al fianco dei più vulnerabili, sta sostenendo le spese per la distribuzione di pacchi alimentari e kit sanitari per i detenuti e gli anziani che vivono soli, l’acquisto di cibo, medicinali, saponi e igienizzanti per i pazienti delle case di cura e sta anche coprendo gli stipendi del personale sanitario che si occupa di loro.

 

 

Mangunde e Marrere

La pandemia di Covid-19 è arrivata in Mozambico all’inizio di marzo, periodo in cui il governo ha dichiarato lo stato di emergenza, chiudendo le frontiere, le scuole e proibendo qualsiasi tipo di riunione o evento.

A partire da fine maggio, il numero dei contagi è aumentato enormemente superando quota 5.000 casi, di cui 35 decessi. I numeri resi noti, tuttavia, non sono attendibili al 100%, in quanto vengono effettuati pochissimi tamponi solo a Maputo e in una zona della provincia di Capo Delgado, in uno stabilimento in cui era sorto un focolaio. Inoltre, solo una minima parte delle persone sintomatiche esegue il tampone, molte altre non lo fanno perché lontane dagli ospedali o perché non credono che effettivamente il virus sia presente.

Il governo, attraverso il Ministero della Salute, ha rafforzato le misure di sicurezza imponendo il divieto di assembramento, l’uso obbligatorio della mascherina nei luoghi pubblici e vietando qualsiasi tipo di mercato informale. Quest’ultimo provvedimento sta distruggendo intere famiglie che normalmente si guadagno da vivere attraverso le piccole vendite di prodotti locali.

L’altro grande problema è la carenza, anche negli ospedali, dei dispositivi di protezione individuale (DPI) e dei prodotti per la sanificazione e l’igiene personale.

Per contenere il più possibile la diffusione del virus, Fondazione PRO.SA sta quindi sostenendo l’acquisto di prodotti per la sanificazione degli spazi e l’igiene personale, oltre che l’acquisto di mascherine, guanti e visiere per alcune mamme sieropositive del centro di salute di Mangunde, per i pazienti cardiopatici dell’ospedale di Marrere e per il personale sanitario di entrambe le strutture.  

Al momento della consegna, i pazienti vengono informati e formati sulle modalità di utilizzo dei DPI e sui comportamenti da adottare per prevenire il contagio, tutelando sé stessi e gli altri.

GUADALAJARA

Messico COVID

L’emergenza Covid-19 ha colpito anche il Messico, mettendo in ginocchio numerose famiglie di Guadalajara, in particolare le famiglie dei malati affetti da insufficienza renale cronica che frequentano l’associazione “Salud Renal Integral Camilo de Lelis” (SaRI). Si tratta appunto di un’associazione istituita all’interno del Centro San Camilo di Guadalajara per assistere dignitosamente i malati che necessitano di emodialisi e che non sono coperti da un’assicurazione sanitaria, offrendo loro un supporto psicologico e spirituale.

Come in altre aree del mondo, anche qui, la fame uccide più che il Covid. Le misure restrittive e il lockdown, infatti, non permettono alle famiglie che vivono alla giornata di lavorare e, quindi, di acquistare beni di prima necessità e  pagare le cure per i propri famigliari a rischio.

Per rispondere all’emergenza economica scatenata dalla pandemia, Fondazione PRO.SA sta sostenendo le spese per la distribuzione quindicinale di pacchi alimentari alle 100 famiglie dei malati che frequentano l’associazione e il pagamento di alcune sessioni di emodialisi. Inoltre, in collaborazione con SaRI, continua ad offrire sostegno psicologico e spirituale ai malati e alle loro famiglie, oltre che alcuni suggerimenti dal punto di vista nutrizionale per affrontare al meglio la malattia proteggendosi anche dal virus.

Hogar San Camillo

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Poco dopo l’inizio dell’epidemia Covid 19 in Europa, il 13 marzo, anche in Perù, il governo ha dichiarato l’isolamento sociale per prevenire quello che stava avvenendo nel vecchio continente, riconoscendo l’incapacità del proprio sistema sanitario nell’affrontare un nemico simile. Questa scelta è stata presa in considerazione al fatto che il Paese stava già affrontando un’epidemia di febbre Dengue. Una malattia tropicale che ha già colpito moltissimi abitanti delle zone rurali. Il sistema di prevenzione messo in atto, però, non ha dato i risultati sperati. Infatti, oggi, il Perù si colloca al secondo posto per numero di contagi, nell’area latinoamericana, dopo il Brasile.

In questo contesto, come in altre zone del mondo, l’isolamento sociale è stato un grande affronto alle condizioni di vita di buona parte della popolazione, soprattutto nelle zone rurali e nelle periferie delle grandi città. A Lima, dove l’Hogar San Camillo presta la sua opera a supporto delle persone sieropositive, la gente che non ha molte risorse economiche vive “stipata” in quartieri costituiti da baracche. Luoghi dove il distanziamento sociale è difficile da rispettare. In queste zone, lontane dalla città, è difficile reperire di che nutrirsi senza spostarsi e, soprattutto, senza avere la possibilità di fare lavori occasionali che sono l’unica fonte di reddito delle famiglie.

L’Hogar San Camillo con le sue attività raggiunge centinaia di persone svantaggiate. Da subito si è attivato per assisterle con la consegna di viveri, medicinali e servizi socio sanitari a domicilio.

Ogni pacco distribuito alle famiglie contiene: 2 kg di riso, 1 kg di pasta, 500 gr avena, 4 latte di pollo, due buste di purè di patate e 1 kg di fagioli.

Per evitare spostamenti alle mamme sieropositive con i loro bambini, beneficiari dei programmi di prevenzione e nutrizione che PRO.SA sostiene da anni, i responsabili hanno attivato anche per loro un servizio casa per casa. Per i beneficiari della terapia antiretrovirale, che non possono interrompere il trattamento, è stato programmato un orario per il ritiro dei farmaci con giorni e orari precisi.

Da qualche anno presso l’Hogar San Camillo sono attivi diversi laboratori di artigianato e manualità e di serigrafia e cucito che permettono ai beneficiari del progetto di acquisire competenze lavorative e, allo stesso tempo, di contribuire alla sostenibilità del progetto. Per far fronte alla situazione attuale, anche queste attività hanno subito una riconversione e, soprattutto, quello di sartoria ha avviato la produzione di mascherine lavabili in TNT, asciugamani e grembiuli: materiale destinato ai beneficiari dei vari programmi e alla vendita. In questo modo, con le dovute attenzioni, alcune mamme possono riprendere a svolgere la propria attività lavorativa.

Stop the Violence

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Per via dell’emergenza Covid-19, anche lo sportello e le attività di Stop The Violence sono state interrotte ed era stato attivato una sorta di telefono amico per poter ascoltare e sostenere le vittime di violenza e coordinare gli interventi con l’ospedale e la polizia. Finalmente il 4 maggio, dopo circa un mese di sospensione, è stata riaperta l’Unità Anti – Violenza dentro l’ospedale di Kanyama. Fondazione PRO.SA ha sostenuto e sostiene, le spese necessarie all’acquisto dei dispositivi come i camici, le mascherine, i guanti monouso, sapone liquido e clorina per tutti gli operatori del progetto. L’ospedale, pur avendo mezzi molto limitati, si è dato da fare mettendo in atto le basilari norme di comportamento per prevenire i contagi. All’ingresso, c’è un enorme secchio d’acqua dove un addetto controlla che tutti si lavino le mani e prova la temperatura. L’ospedale, costituito principalmente da container e tendoni, è semi vuoto rispetto al solito: molti dipartimenti sono stati chiusi, il personale ridotto alla metà, e volontarie laboriose e addetti alle pulizie che, muniti di canna, girano per gli spazi a pulire e riforniscono i secchi d’acqua sparsi per l’ospedale per permettere ai pazienti di lavarsi le mani. Il reparto maternità, dove ogni giorno nascono oltre cinquanta bambini, adesso ospita solo le mamme e i loro piccoli, purtroppo ancora stipati anche tre in un letto, ma fuori non ci sono parenti o familiari ad aspettarli. Le mamme che portano i bambini da 0 ai 5 anni per i vaccini e controlli, normalmente centinaia ogni giorno, vengono indirizzate ad alcune scuole vicine che, essendo chiuse, offrono degli spazi.  Il reparto dove vengono seguiti i malati di tubercolosi, nello stesso container dove lavorano gli operatori di Stop the Violence sono stati divisi in base ai giorni, rispetto al centinaio di pazienti che ogni giorno si accalcava, ce ne sono una decina per volta in attesa, all’aperto, e a distanza di sicurezza e vengono fatti entrare uno per volta. E poi ci sono gli operatori di Stop the Violence, che hanno riaperto il piccolo ufficio in un modulo di container.

Essendo i minibus rischiosi dato il loro sovraffollamento, la mancanza di finestrini e l’impossibilità di proteggersi e distanziarsi, Fondazione PRO.SA, grazie alla raccolta fondi in Facebook, ha provveduto all’acquisto di un’Unità Mobile per il trasporto quotidiano degli utenti e degli operatori in turno allo sportello, consentendo il regolare svolgimento delle attività previste dal progetto.

Villaggio della gioia

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Il Villaggio della Gioia è un centro che accoglie e accompagna nella crescita i bambini orfani, ad Atakpame in Togo.  Attualmente è costituito da tre case e sono una quarantina i bambini ospitati. Il centro è riconosciuto dallo stato e collabora con i servizi sociali statali. L’assistenza è assicurata da 13 “mamme” che si alternano giorno e notte nelle case per accudire i piccoli, alle quali si aggiunge personale educativo, sanitario e amministrativo. I bisogni alimentari dei bambini variano a seconda della loro età. Garantire una fornitura di cibo e micronutrienti con pasti equilibrati ai bambini è l’obiettivo principale per la lotta alla malnutrizione.

Il Governo del Togo ha decretato il primo caso di Coronavirus il 6 marzo. Da quel giorno, con un sistema sanitario inesistente, il Paese ha dato alcune indicazioni sanitarie per la prevenzione ma senza alcun sussidio per l’acquisto dei dispositivi vari.

Il Villaggio si è organizzato per proteggere il più possibile i bambini, le educatrici e tutto il personale che vi lavora da possibile contagio. Ciò che Fondazione PRO.SA ha garantito sono i fondi che permettono al centro di acquistare gel disinfettante, candeggina, cloro e i materiali per la produzione di mascherine. Sono stati proprio i bambini ad essere coinvolti in un laboratorio di produzione di mascherine con carta e tessuti affinché questo gioco gli facesse prendere coscienza di come cambiare i propri comportamenti. Il lavaggio delle mani che è fondamentale nella lotta al virus viene vissuto da tutti come un intervallo. Una campanella suona 7 volte durante la giornata richiamando tutti a mettersi in fila per lavarsi le mani con gel o saponi.

Il personale che lavora nel centro vive nei villaggi periferici e quindi a grosso rischio contagio. E’ stato, quindi, deciso di distribuire anche a tutti loro mascherine e saponi così che possano coinvolgere, a casa, l’intera famiglia.

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Dal 14 marzo 2020 anche il Governo Ruandese ha imposto il lock down, chiudendo chiese, scuole e centri per disabili, al fine di garantire la sicurezza dei cittadini e limitare la diffusione del virus. La chiusura totale e le varie restrizioni hanno messo in ginocchio l’intera popolazione, soprattutto quella rurale che si guadagna da vivere giornalmente, nonché le famiglie degli utenti del centro Urugwiro. Per sostenere le famiglie in questa situazione di piena emergenza, la responsabile del centro – in accordo con il comune e con il contributo di Fondazione PRO.SA – ha organizzato la distribuzione nei quartieri attorno al centro di pacchi alimentari contenenti ciascuno: 12 kg di farina di mais, 6 kg di fagioli, 2 litri di olio, 3 kg di zucchero, 3 kg di farina di sorgo, 3 kg di farina di soja, 2 kg di sale e 2 pacchi di sapone. Con un pacco una famiglia può mantenersi per due mesi.

Dal 18 aprile 2020, è poi divenuto obbligatorio l’utilizzo della mascherina per circolare, ma il costo troppo elevato le rende inaccessibili alle famiglie più indigenti. Nel frattempo, il centro Urugwiro è stato parzialmente riaperto per consentire ai bambini di riprendere le loro sedute di fisioterapia, ma per entrarvi bisogna indossare la mascherina. Grazie all’intervento di Fondazione PRO.SA è stato possibile acquistare il materiale necessario per la realizzazione di mascherine in tessuto per gli operatori del centro e per ciascun utente, allo scopo di svolgere le varie attività in sicurezza, tutelando sé stessi e gli altri. Le mascherine vengono prodotte dagli utenti sordomuti dell’atelier di sartoria del centro. Oltre a questo, sono state acquistate mascherine chirurgiche, guanti in lattice e tre termometri infrarossi in modo tale da poter provare la temperatura di ciascun utente al momento del suo arrivo al centro.

A fine luglio, quando il numero dei contagi era contenuto e il centro si preparava per riprendere regolarmente tutte le sue attività, il governo ha imposto anche la realizzazione di lavandini, pavimentati e recintati, dotati di rubinetti a sensore, in prossimità degli ingressi agli atelier, affinché tutti gli utenti possano igienizzarsi le mani prima di accedere a qualsiasi spazio. PRO.SA, consapevole dell’importanza che il centro e i suoi servizi costituiscono per la popolazione locale, è immediatamente intervenuta per finanziare la costruzione dei lavandini. Il governo ha recentemente supervisionato i lavori e ha autorizzato la riapertura del centro.

 

Faisalabad

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Come il resto del mondo, anche il Pakistan si è trovato ad affrontare l’emergenza Coronavirus. Ad aggravare una situazione già drammatica di per sé, si aggiunge l’alto tasso di analfabetismo che crea, tra le famiglie della comunità, una condizione di assoluta disinformazione che li rende inconsapevoli della pericolosità del virus e dell’alto livello di contagiosità. Per questa ragione, la parrocchia di Faisalabad ha organizzato delle squadre di supporto che si recano nei villaggi e raggiungono le famiglie della comunità al fine di informarle dell’emergenza sanitaria e fornire loro delle semplici regole comportamentali da seguire nella vita quotidiana per prevenire il contagio. In effetti, in Pakistan, è consuetudine che i membri di una famiglia dormano tutti insieme in un’unica stanza e condividano qualsiasi cosa, perciò viene spiegata alle famiglie l’importanza di dormire separati e di evitare di condividere oggetti, vestiti o altro.

L’epidemia sta colpendo chiunque, ricchi e poveri di tutto il paese, ma i soggetti più in difficoltà sono coloro che vivono con salari giornalieri (operai, contadini, ecc.). L’obiettivo del progetto sostenuto da Fondazione PRO.SA, infatti, è proprio quello di assistere queste famiglie che, altrimenti, non saprebbero come mantenere la famiglia in questo periodo di lockdown. Nella Parrocchia di Faisalabad sono già stati individuati dei casi di coronavirus e il medico di base ha suggerito di somministrare vitamina C a tutti i positivi, che sono per lo più donne e bambini.

Per poter aiutare le famiglie della Parrocchia a fronteggiare al meglio questa emergenza, mantenendole il più possibile al sicuro, sono state organizzate delle squadre di volontari che raggiungono porta a porta le famiglie in difficoltà e consegnano a ciascuna di esse un pacco alimentare e un kit sanitario, che dovrebbero coprire circa un mese, nella speranza che la diffusione del virus rallenti in breve tempo.

Ogni pacco alimentare contiene 2 Kg di legumi/lenticchie (4 tipi di legumi per ½ Kg ciascuno), 3 Kg di riso, 5 Kg di olio da cucina, 2 Kg di zucchero, ½ Kg di tè, ½ Kg di sale e peperoncino in polvere.

Il kit sanitario per ogni famiglia, contiene 50 mascherine (cucite dalle donne della parrocchia), 2 gel igienizzanti per le mani, 5 saponi e due scatole di carta igienica.

Un altro grande problema legato al coronavirus è la chiusura delle scuole che, sommata alla carenza di risorse tecnologiche adeguate e all’estrema povertà delle famiglie, ostacola l’apprendimento dei bambini più vulnerabili con conseguenze inimmaginabili.

Per garantire il diritto allo studio, Fondazione PRO.SA sta sostenendo 10 laboratori di recupero scolastico per 300 bambini provenienti dalle periferie di Faisalabad. Ogni laboratorio ha la propria sede di riferimento ed è gestito da un’insegnante competente, regolarmente stipendiata, che conduce alternativamente attività educative e ricreative nel pieno rispetto delle normative anti covid. Durante la giornata, tutti i bambini e le insegnanti indossano la mascherina, disinfettano ripetutamente le mani e mantengono il metro di distanza.

Nakuru

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Lo scorso aprile l’epidemia di Coronavirus è arrivata anche in Kenya. Il numero di casi accertati è ancora contenuto ma Nairobi è stata immediatamente blindata e sono state imposte numerose restrizioni. Questa condizione ha bloccato completamente il turismo, settore di punta del paese, già in crisi economica.

A Nakuru la situazione si è aggravata nei mesi di ottobre e novembre. Tutti i bambini e le bambine della Welcome to the Family sono rinchiusi all’interno dei rispettivi compound e non hanno alcun contatto con l’esterno. Durante la giornata, lavorando a piccoli gruppi, coltivano mais, fagioli e sukumawiki per il loro sostentamento, inoltre, 10 ragazzi e ragazze della WTF proseguono le loro attività di apicoltura.

Con i bambini e le bambine sono presenti h24 i loro educatori che, normalmente, vengono stipendiati con il ricavato della vendita di acqua in bottiglia (progetto Diritto all’acqua, diritto alla vita). Per via dell’emergenza sanitaria, l’attività è stata sospesa in modo tale da garantire la sicurezza dei bambini che vivono nella stessa struttura in cui si trova il laboratorio di produzione dell’acqua ed è faticoso riuscire a coprire gli stipendi. Grazie all’intervento di Fondazione PRO.SA è possibile garantire gli stipendi, da aprile ad agosto, dei 13 educatori che vivono e lavorano presso la Welcome to The Family, e contribuire all’acquisto di riso e fagioli per la mensa dei bambini.

Fuori dalle mura del centro, il Covid sta correndo molto più velocemente: la povertà è in continuo aumento e, di conseguenza, anche il fenomeno dei bambini di strada sta peggiorando. Il Drop-In centre, centro di prima accoglienza per bambini e adolescenti di strada, è ormai troppo piccolo e fatiscente per riuscire a gestire gli attuali numeri, senza contare che, per paura del contagio, il vicinato ha lamentato la presenza di troppi bambini nel quartiere. Per dare continuità a questo servizio fondamentale, è stato necessario trasferire il Drop-in in un’altra struttura, fuori città. Fondazione PRO.SA sta sostenendo le spese di gestione della struttura, oltre che l’acquisto di cibo e kit di primo soccorso per poter accogliere ed assistere in maniera adeguata i bambini e gli adolescenti che si rivolgono al Drop-In.

Aksyon Gasmy

Haiti covid 1

Haiti non è solo il paese più povero del continente americano, ma occupa insieme a molti paesi africani le ultime posizioni nella classifica mondiale dei paesi per indice di sviluppo umano. Più della metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Purtroppo l’arrivo del Covid 19 sta rendendo la situazione ad Haiti più drammatica di quanto lo è già solitamente. Le attività economiche sono diminuite in tutti i gruppi di lavoro della diaspora haitiana, questo ha provocato una riduzione dei trasferimenti di denaro verso il paese, evidente a causa del tasso di disoccupazione degli haitiani che vivono all’estero, in particolare negli Stati Uniti.  In questa fase un serio problema che minaccia il paese è l’insicurezza alimentare.

A Mare Rouge, nel nord-ovest del paese, da un paio d’anni PRO.SA collabora con Aksyon Gasmy (AKG), un’organizzazione che si occupa di assistenza e riabilitazione di minori disabili, coordinata da Maddalena Boschetti una volontaria italiana. Le terribili condizioni economiche e di sicurezza legate alla violenza e all’instabilità politica aggravate dalle limitazioni legate al Covid 19 stanno compromettendo tutte le attività dell’organizzazione.

Fondazione PRO.SA ha risposto alla richiesta di aiuto arrivata da Aksyon Gasmy che ha elaborato tre progetti per non compromettere il lavoro che da anni sta portando avanti raggiungendo con fatica un esempio di eccellenza e di buone prassi.

Quattro radio locali trasmetteranno “Emissioni AKG” in sostituzione degli incontri con i genitori e per la propaganda di spot per prevenzione Covid 19. Le stazioni radio scelte, situate a Mawouj, Kotfe, Mol e Janrabel, coprono tutto il basso nord-ovest ed oltre. Una seconda attività sarà la diffusione di messaggi di sensibilizzazione e prevenzioni legata al Covid 19, in zone lontane, attraverso spot trasmessi da diffusori montati su motociclette. Un metodo molto utilizzato nelle zone rurali di Haiti durante le campagne elettorali. La terza attività che si potrà sviluppare sarà di carattere agricolo. A causa della siccità e delle condizioni economiche disastrose delle famiglie ci si prefigge di creare un fondo per acquisto sementi per poterle distribuire ad un prezzo inferiore a quello di mercato alle famiglie dei bambini disabili, attraverso i responsabili della Banca delle Sementi. Famiglie che coltivando potranno raggiungere la sussistenza alimentare in questo periodo tragico dove, dopo un periodo di forte siccità, si è verificato un ingiustificato aumento del costo delle sementi.